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12/09/2014
Riflessione intorno al consumo di sostanze e le capacità di autoregolazione delle Persone.
Maurizio Mattioni Marchetti

Ormai da un decennio i sistemi di cura per le dipendenze annaspano in un ripetersi di formule in cui le prassi sostanziali rimangono inalterate, nella pratica clinica non si riesce ad essere incisivi nella risoluzione dei problemi inerenti l’addiction.

Ormai da un decennio i sistemi di cura per le dipendenze annaspano in un ripetersi di formule in cui le prassi sostanziali rimangono inalterate, nella pratica clinica non si riesce ad essere incisivi nella risoluzione dei problemi inerenti l’addiction.
Ma, di fatto, come si potrebbe aspettarsi un esito diverso. Attorno al comportamento di consumo di sostanze psico attive, si muovono discipline e saperi così variegati che praticamente è impossibile riunirli in uno schema coerente. In questi saperi il non meno importante è il mercato stesso, il quale nella funzionalità delle proprie prerogative e strategie di marketing è molto più incisivo sui cambiamento degli stili di vita rispetto ad i saperi della cura.
In questo stato di sconfortante impotenza, forse, un cambiamento culturale ed di atteggiamento rispetto all’approccio di cura si renderebbe necessario, imponendo alla griglia delle norme dei servizi un ulteriore sforzo di ampliamento delle prassi medico, psicologiche, educative, assistenziali; verso un aggiustamento nella direzione indicata dai consumatori stessi in quanto portatori di autoregolazioni rispetto ad i propri agiti disfunzionali.
La legislazione in questo contesto non può che dare indicazioni generali, ed ogni volta che restringe il campo cercando soluzioni normative sicure non può che fallire; creando aberrazioni, ed aggiungendo sofferenza la dove essa è già di casa. In questo caso specifico dove le questioni coinvolte sono le abitudini culturali dei cittadini la Legge deve avere meccanismi di facile modificazione in tempi che siano contemporanei al mutamento culturale delle persone.
In ogni caso la dove la Norma è troppo lenta, il coraggio degli operatori deve spingersi nei confini interpretativi di essa per essere utili ad i cittadini che chiedono assistenza.
Nei servizi in senso generale e soprattutto nelle comunità terapeutiche gli operatori lavorano per la maggior parte del tempo con le persone in stato di sobrietà, o in stato compensato. Per cui il lavoro terapeutico nella maggior parte dei casi è rivolto alla parte dell’assistito sobria e non come dovrebbe essere l’intervento in campo sanitario in stato di acuzie del fenomeno di adiction.
Per cui il nocciolo della questione è il riconoscimento delle prassi di autoregolazione delle persone ed il cambiamento architettonico e culturale dell’approccio alle dipendenze tenendo conto di ciò che le persone ci raccontano di sé.
Per esempio vale la pena chiedersi se le comunità terapeutiche rette da stili più o meno rigidi di convivenza e convivialità forzata reggono ancora l’usura del tempo e soprattutto dei modelli culturali giovanili, o non abbiano bisogno di un ripensamento sia urbanistico che di prassi educativa rispondente ad un mondo mutato nei modelli comunicativi.
Per esempio, ripensare che gli ambulatori specialistici, non siano solo produttori di prestazioni e luoghi di consulto specializzato, ma possono essere retti da prassi comunicative di aggregazione e di promozione e di modalità di convivenza che tengano insieme anche la disfunzionalità attiva del consumo.

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