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29/06/2021
Le parole della comunità
Ci sono alcuni termini che ricorrono nella rievocazione di trent’anni di vicissitudini nel panorama della cura per il disturbo da consumo di sostanze psicotrope. Sono parole che nel mondo delle comunità sono diventate pregne di significato le quali a volte non hanno passato i confini della comunità stessa. Qui indicherò alcuni dei termini chiave solo per avviare una discussione.

Ci sono alcuni termini che ricorrono nella rievocazione di trent’anni di vicissitudini nel panorama della cura per il disturbo da consumo di sostanze psicotrope. Sono parole che nel mondo delle comunità sono diventate pregne di significato le quali a volte non hanno passato i confini della comunità stessa. Qui indicherò alcuni dei termini chiave solo per avviare una discussione.
Cambiamento generazionale.
Un ricordo personale evidenzia il passaggio delle generazioni nella comunità, e come questo muta i significati interni del fare condiviso. Negli anni ottanta è ancora presente nei racconti e nelle campagne il sapere contadino, soprattutto quello delle corti dove intere famiglie vivono dal raccolto della terra ed i figli sono i bambini della cascina. Il mio primo giorno in comunità, la mia prima cena, con Leandro a capo tavola e davanti l’Angiolina. Mi guardano e si dicono:”vediamo se supera la prova”. Con una smorfia che già presagisce l’esito negativo. In sostanza la prova è il come viene sbucciata la mela, infatti solo chi conosce la vita della corte in cui si allevano le galline sa che bisogna spezzettare le bucce per non farle ingozzare. Chi come me viene da una generazione già dimentica di quel sapere contadino si vanta di sbucciare la mela in un pezzo unico. Così da Leandro ho preso il primo “ciocco”. Quello che voglio dire che la comunità inesorabilmente cambiano con le persone che ospitano, superando le volontà e le metodologie dei fondatori, con la fusione dei saperi si salva la tradizione e nella vita in comune la si rinnova.
Carisma, oppure padre carismatico, il fondatore carismatico. La persona su cui si converge tutta la speranza nella soluzioni dei problemi. Il carisma è vero può aiutare le altre persone a trovare senso nel proprio agire, è una forza incarnata in cui il potere di fascinazione cambia la visione della realtà per chi si affida. Ha una sua utilità per chi lo sa esercitare ma come tutte le cose potenti ha delle controindicazioni: crea dipendenza nell’altro, e può creare dipendenza in chi lo usa in quanto forte fonte di senso di potenza. Per cui per chi ha un naturale senso carismatico nella gestione dei pazienti va educato ad un uso compassionevole del carisma, una modalità disinteressata di infondere speranza verso il cambiamento. Il carisma da solo non porta a cambiamenti duraturi in quanto l’altro assume il cambiamento fin tanto che è sotto l’influsso carismatico. Nella politica di educazione tra pari l’influsso carismatico dei ragazzi che hanno prodotto un cambiamento nella propria vita possono influenzare positivamente altri; quindi, nella parte iniziale di un processo di cura può giocare in modo favorevole l’influsso carismatico. Nella ricostruzione narrativa su padri fondatori delle comunità il carisma del buon padre di famigli è stato demonizzato, andrebbe rivisto invece alla luce dell’utilità che può avere nell’insieme degli interventi possibili.
Il Potere: il potere è una brutta bestia soprattutto nei luoghi totalizzanti, la comunità non è una mera rappresentazione della realtà ma essendo un luogo chiuso (nonostante i cancelli aperti, e la volontarietà nell’entrarci), diviene un amplificatore delle situazioni relazionali con configurazioni a volte paradossali se non gestite in modo adeguato. Per usare una metafora la palestra non è il movimento quotidiano, ma è un addestramento intensivo del movimento, una volta usciti dalla palestra non si fanno flessioni nella routine quotidiana. All’interno delle comunità si stabiliscono situazioni di potere concentrate nell’estremizzazione degli accadimenti quotidiani, ed al di la delle volontà di chi gestisce le strutture. È insito il potere nella relazione educativa la quale al di fuori di metafora chiede sempre di essere a qualcuno qualcosa che in quel momento non è, per cui si prefigura sempre come azione di potere nonostante le finalità virtuose di voler far stare meglio le persone.
Evidence-based termine usato nel panorama delle dipendenze patologiche italiane in modo divisivo, in quanto chi applica il saper essere in qualche modo riesce ad andare oltre le metodologie codificate per incontrare più da vicino i sentimenti dell’altro. Chi applica il saper fare si appella alla procedura e quindi enfatizza le evidenze scientifiche, creando due fazioni contrastanti. Che in Italia si suddividono in altre due categorie: una parte il privato con concettualizzazioni salvifiche e dall’altra il servizio pubblico con concettualizzazioni di scientificità, di fatto inficiando già le scarse risorse messe a tema su una problematica già qualificata nel gergo comune con modalità moralistiche e non di Salute pubblica. L’intervento ambulatoriale essenzialmente pubblico e l’intervento residenziale essenzialmente privato ha perduto una grande occasione di creare un sistema unico integrato, con la possibilità di portare la ricerca nel settore per fare evolvere tutto il sistema con evidence-based, Nella spegnificità della relazione d’aiuto in cui le possibilità di omogenizzare in standardizzazioni è altamente improbabile, per la complessità stessa nel conciliare il sistema umano con la socialità e la componente genetica, in una relazione intenzionata alla cura. Per concludere le evidence-based nel sistema Italiano sono diventate il termine mito per dividere, cioè denigrare quegli interventi che hanno caratteristiche umaniste sorrette da buona volontà e amore verso le persone.
Marginalità: In quanto la grave marginalità rappresenta la maggiore distanza rispetto alla normalità integrata, il nostro corpo la rileva come minacciosa o fastidiosa. Per cui poi il meccanismo di attribuzione di concetti valoriali che definiscono la devianza inducono un atteggiamento pregiudiziale ancora prima dell’approccio comunicativo. Tutti siamo immersi nella società sociale, ed il comportamento del consumo di sostanze o di addiction senza sostanze è uno dei comportamenti ha maggiore valenza ambivalente in cui la fluttuazione tra norma e devianza o divergenza è tra le più ampie. Nella strutturazione del linguaggio comune condiviso appare evidente il valore negativo e positivo contestualmente presente nelle narrazioni sul consumo di sostanze. Questo rende il quadro della fattualità incline ad assumere valori secondo ideologie o confessionalità, restando in sottofondo la condizione principale che riguarda la salute pubblica. Trattare umanamente le persone con grave marginalità significa concettualmente attivare spazi ove le narrazioni non siano legate da pregiudizi, preconcetti, predifese corporee. Ma terreno sicuro in cui prima di tutto i corpi si sentano in sicurezza ed i loro bisogni reciproci possano trovare lo spazio per esprimersi senza etichettamento valoriale, o invasioni nella sfera intima.
Riduzione del danno: La riduzione del danno nell’intervento educativo consiste nella riduzione della distanza giudicante, in cui le narrazioni possono integrarsi per evolvere in cambiamenti reciproci. La strutturazione dei servizi dovrebbe seguire questo principio di contaminazione nella marginalità per ridurre le significazioni devianti in forme di accoglienza che tengano conto del trauma che i corpi emarginati hanno subito nel tempo con il corollario d’attivazione difensive nella necessità per la sopravvivenza.

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