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2022 novembre
Quaderno appunti di:www.terrablu.org
Dove abita oggi l’educatore se non nelle stanze segrete dell’incertezza umana per il proprio futuro?

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Il lavoro educativo in comunità non ha bisogno di essere legittimato da termini mutuati dalla medicina, l’educatore non riabilita, non fa somministrazione, non cura inteso come cura medica. L’educatore sta in comunità insieme alle persone e con loro cucina, si occupa della casa, cura l’orto, e tutte le attività che rende una famiglia di persone come tale. La forza dell’educare è che stando insieme nella continua relazione d’aiuto, cioè una relazione finalizzata al cambiamento egli produce o mette in atto le risorse residue delle persone stesse per una apertura al cambiamento in una forma di resilienza attiva. Per l’educatore il setting è tutta la comunità sia dentro che nell’ osmosi con l’esterno per questo l’educatore non ha bisogno di creare setting artificiali mutuati dalla prassi medica per operare.

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L’educatore è in primo luogo una presenza all’interno della comunità, e la fisicità esprime emozioni e sensazioni a volte in contrasto con la volontà per cui la pratica della consapevolezza deve essere al centro dell’intenzionalità formativa per sapersi condurre in quella specialità del saper essere nel momento presente dell’atto educativo, fondamentale per accompagnare l’altro alla propria consapevolezza, da usare come chiave per il cambiamento delle routine abituali stratificate con il tempo. Il corpo che si muove nell’ambito della consapevolezza non dà adito a fraintendimenti ma è esempio nel silenzio della parola alla relazione d’aiuto non violenta.

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Dentro ad i luoghi della salute l’armamentario scientifico riduce la semplice relazione a compiti di congiunzione delle prescrizioni, infatti può essere somministrata una medicina anche in assenza di espressioni verbali, in perfetta sterilizzazione dal rapporto umano. Il sentiero della tecnica o meglio l’estremizzazione della tecnica ha lasciato sul campo di battaglia le persone in quanto tali verso un riduzionismo oggettuale. Le persone non sono oggetti nel mondo, ma sono il mondo e nella loro relazione possono scegliere le configurazioni che più siano accoglienti per tutti in modo da non lasciare indietro nessuno, questo è nella possibilità delle persone se lo desiderano.

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Nel percorso educativo il linguaggio si cristallizza nelle opinioni le quali si esprimono in eventi concreti, per cui la necessità di connettere la comprensione con l’interpretazione ci rende vigili rispetto ad un nostro linguaggio che può tramutarsi in una trappola dogmatica. Essendo la parola sia scritta che parlata il fondamento del nostro lavoro, è fondamentale portarla innanzi a noi sempre come una nuova immediatezza per averne cura in una continua scoperta calata nel senso del nostro tempo.

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La dimensione del linguaggio è un mediatore che dona il dono e nello stesso tempo si trova davanti all’esposto, una intricata evoluzione dei significati dei fonemi si concretizzano in un senso che si tramuta in consenso e accordo, se tutto funziona per il meglio lungo questa intricata via, può accadere che ci si senta in sintonia nel reale come per lo più viene costruito dai conversanti. Questo per indicare che nella relazione non è possibile stare solo sulle parole ma serve guardare al non visibile che sembra essere la maggior parte di quello che accade nell’incontro.

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Le comunità terapeutiche, sono luoghi, che in qualche modo testimoniano: la fallibilità dell’integrazione della sofferenza mentale che attiva comportamenti lesivi alle regole nella socialità. La sanità si pone a presidio dell’antisocilità ed in questo tradisce il patto con l’assistito; da averne cura, passa ad averne la custodia ed in questo passaggio la relazione d’aiuto si infrange sulla impossibilità della coesistenza delle due istanze. Nell’esperienza a fianco di Don Leandro ho imparato a cercare in tutte le situazioni problematiche la terza via, rifuggendo dalle facili soluzioni polarizzate che tanto presa hanno nella chiacchiera usata anche a fini scientifici, per inoltrarmi nella possibilità impossibile per renderla accessibile. Quindi quale comunità terapeutica può agire sull’avere cura? Quale patto possibile della cura è possibile concordare con la persona.

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Nel merito del rapporto con le persone nel quadro dei luoghi della salute mentale i riferimenti del sapere comunicativo sono talmente personalizzati che dall’esterno si assiste ad uno scontro di opinioni dal senso comune. A volte se sono giovani utenti i toni del discorso si fanno paternalistici o maternalistici con una riproduzione della disfunzionalità familiare. In sostanza la pragmatica della comunicazione è sostituita dalla relazione sentimentale con i dogmi che quest’ultima si porta nella sfera delle credenze e delle convenzioni, scontrandosi con i bisogni inconsci dei giovani adulti portatori di una sofferenza che trae giovamento nel deviare dalle consuetudini.

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